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La vita non aspetta” è il nuovo singolo del poliedrico cantautore Marco Rò, sui principali stores digitali e dal 22 dicembre nelle radio italiane in promozione nazionale. Il brano, distribuito da Amuse, vede la collaborazione di Dario Falasca per la parte musicale, ed è stato prodotto da Romabbella Records con la direzione artistica e gli arrangiamenti di Fabrizio Palma e la consulenza musicale di Lorenzo Sebastianelli.

Potrebbe sembrare una domanda banale e magari lo è: “Dove sta andando la musica? E dove sta andando la tua di musica?

Non è banale per niente, ma la risposta, purtroppo o per fortuna, non ce l’ho. La musica, l’arte in genere, è espressione della cultura di una comunità nel suo complesso, e come tale ne è influenzata e a sua volta la influenza. Direi, con una battuta, che siamo sempre la musica che ci meritiamo. Ma come in ogni altro aspetto del vivere sociale, esiste la comunità ed esiste l’individuo e (stavolta solo per fortuna) spesso e volentieri le direzioni divergono. Credo che la mia musica mi assomigli sempre di più.

Ad avere la possibilità di aprire un concerto in uno stadio di un big della musica, affrontandone il pubblico con la tua musica, chi sceglieresti? E perché?

I Beatles, naturalmente con John. No, eh?

Quali sono i tuoi piani più immediati?

In piena pandemia mi sono deciso a pubblicare l’EP “3” che tenevo nel cassetto da un po’, e che avevo avuto l’occasione di registrare un paio d’anni prima negli Studios di Abbey Road, insieme ad altri due musicisti dell’Abbey Road Institute di Londra: per me è stata la realizzazione di un sogno. Così, dopo una pausa che ritenevo necessaria, ho deciso di cominciare nuove collaborazioni, in particolare quella con Dario Falasca che ha dato vita a “Tutti i mercoledì”, brano di lancio del suo ultimo album, e all’uscita di questo mio singolo “La vita non aspetta”. È un testo che ho scritto in una notte, che sento moltissimo, e che ho voglia di condividere il più possibile: è proprio la musica che mi assomiglia. 

Quanto è importante per te internet nell’ambito musicale? Si rimpiange il passato in cui i social e selfie erano solo utopia o, meglio, proiettarsi verso il futuro abbracciando le nuove, seppur fredde, forme di comunicazione?

Il mio primo EP da solista, uscito tredici anni fa, si intitolava “Un mondo digitale” e parlava proprio di questo: credo che in fondo io sia rimasto ancora un uomo profondamente analogico. Tuttavia, oggi scrivo che “è il coraggio di essere quello che puoi a cambiarti il futuro e il presente”. Comunicare messaggi positivi, in grado di farci crescere come persone: questa è la cosa importante. Il mezzo è secondario.

C’è differenza tra ciò che ascolti e ciò che in realtà componi e canti?

Sono cresciuto con una formazione musicale che ha attinto da esperienze diverse. Ho studiato batteria jazz con il M° Stefano Pacioni, da piccolo ascoltavo il rock e il blues, i cantautori italiani, ma anche la musica classica. La chitarra l’ho imparata da autodidatta (e si vede) mentre per il canto ho avuto il privilegio di maturare professionalmente seguendo i consigli di grandi voci come Fabrizio Palma e Claudia Arvati. Mi piace pensare di avere un mio stile, che nasce da un ascolto vario, attento e curioso.

Tanta musica sulle spalle, palchi e sudore in onore alla dea musica. Con l’esperienza e la concezione raggiunta della musica, cosa consiglieresti a dei giovanissimi per intraprendere un percorso artistico e discografico?

Ammesso che sia la persona adatta a dare consigli, direi di vivere l’occasione di fare musica con leggerezza d’animo, ma anche con l’attenzione e il rispetto che merita. Cerchiamo noi di meritarci la musica migliore.

Chi vorresti ringraziare per chiudere questa intervista?

Chiunque abbia voglia di leggerla. Chiunque abbia voglia di ascoltare.

di Cristiano Romanelli per Mondospettacolo.com