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Un’intervista al cantautore tra passato, presente e futuro immersi completamente nella musica 

“E anche se nel tempo dell’inganno la verità è un affanno, ciò che rende unico il tuo viaggio è il coraggio di essere quello che puoi.” Marco Rò

La vita non aspetta” è una riflessione su quanto tempo ed energie concediamo alla ricerca di una felicità che spesso appare sfuggente, dimenticando che il percorso dell’esistenza non è una gara di velocità. Il singolo ha anche un videoclip, presto in anteprima nazionale, con la regia di Edoardo Taddei e Beatrice Campagna, ed è stato realizzato da Restart Media Company con la produzione esecutiva di Stefano Bacchiocchi.

Ciao Marco, qual è stato il tuo percorso di crescita musicale fino ad oggi?

La passione per la musica l’ho presa da mia madre: da piccolo mi faceva ascoltare le band degli anni 70: Led Zeppelin, Doors, Creedence Clearwater Revival, ma anche Queen, il rhythm ‘n blues, e tanto altro. Ho cominciato studiando batteria, in particolare lo swing e il jazz, e suonando in vari gruppi, facendo la cosiddetta “gavetta” nelle sale prova. Poi le prime serate, i primi contest. La prima formazione “seria” sono stati i Margot, con i quali registrammo una demo ai Trafalgar Studios di Roma. Vincemmo qualche concorso e facemmo tanti, tanti concerti in locali e festival, più o meno grandi. Nel frattempo, ho avuto l’occasione di approfondire lo studio del canto con la grandissima Claudia Arvati, imparando anche a strimpellare la chitarra da autodidatta. Soprattutto ho scritto tanto, canzoni e racconti (magari un giorno avrò il coraggio di pubblicarne qualcuno). Poi, agli inizi degli anni duemila decido che è il momento di passare “dall’altro lato del palco” e insieme ad Emiliano Guiducci alla chitarra e Angela Panzarella al basso fondiamo la rock band “Clyde”. Il primo contratto discografico arriva poco dopo con la Videoradio, storica etichetta italiana che decide di pubblicare il nostro album “Senza Controllo”. Purtroppo, l’esperienza non dura molto, ma è anche l’occasione per tirare fuori dal cassetto le mie canzoni, in un certo senso di mettermi davvero in gioco. Intanto continuo a studiare canto, a fare esperienze di turni di coro in studio e in qualche trasmissione televisiva, mentre insieme all’amico Lorenzo Sebastianelli comincio a lavorare su idee di arrangiamento dei miei brani. Nel 2011 esce il mio primo EP “Un mondo digitale”, prodotto da Stefano Bacchiocchi e distribuito da Edel, accompagnato da tanti live in giro per l’Italia: il sodalizio artistico e la profonda amicizia con Stefano dura ancora oggi (purtroppo per lui). Poi l’album “A un passo da qui”, nel quale ho raccontato esperienze che avevo necessità di condividere: dal progetto a favore dei profughi siriani legato al mio matrimonio con Laura Tangherlini e ai suoi libri, alle esibizioni nel teatro del carcere di Rebibbia nel brano “Immagini a righe”, in cui ho avuto l’opportunità di duettare con Marco Conidi, i concerti in Russia e molto altro. È un album che anche musicalmente contiene colori diversi, pop sicuramente (che, giuro, non è una parolaccia), ma credo (spero) rifletta le molte contaminazioni del mio percorso: perciò devo ringraziare il mio produttore artistico, maestro e amico Fabrizio Palma, i suoi consigli, la sua grande professionalità. Il mio ultimo lavoro, prima di questo nuovo singolo “La vita non aspetta”, è invece un EP semiacustico, registrato a Londra, in collaborazione con l’Abbey Road Institute, negli storici Studios, e si chiama semplicemente “3”. È di certo un disco più intimo rispetto ai precedenti, pieno di domande e con poche risposte: quelle le sto ancora cercando.

Quali sono state le tue fonti di ispirazione?

Provo a parlare di ciò che mi accade, che mi colpisce, delle difficoltà che incontro, gioie ma anche paure: in pratica faccio terapia a spese di chi ascolta. A parte gli scherzi, non possono che essere le emozioni, positive o negative, ad ispirare la voglia di raccontarle in musica. La vita.

Elencaci cinque artisti o band che hanno influenzato il tuo sound e in che modo.

Difficile sceglierne solo cinque. Lucio Battisti e i Beatles senza ombra di dubbio, ma anche gli U2, John Mayer e Niccolò Fabi: giganti, tutti.

Hai mai pensato di cantare in inglese cercando di oltrepassare i confini nazionali?

L’ho fatto in un paio di occasioni: in “A un passo da qui” c’è la versione in inglese della titletrack, “One step”; qualche anno fa poi, in occasione di un evento benefico, ho registrato insieme al mio storico partner in crime ed eccezionale chitarrista Yuki Rufo, una versione di “Every breath you take”, poi ripresa nella raccolta “Golden Cover” di NatuSumba, il progetto di divulgazione di musiche con le frequenze dei quattro elementi della natura.

Come nasce un tuo brano di solito?

Beh, anche questo è cambiato nel tempo. Nelle prime cose che scrivevo mi preoccupavo di più dell’effetto finale, se insomma la cosa funzionasse o no. Non dico che ora non ci pensi, ma sicuramente mi faccio molti meno problemi. Semmai mi fisso su concetti che vorrei esprimere al meglio, a volte con il terrore di renderli banali. Cerco di assecondare l’urgenza creativa, che è in ognuno di noi.

Pubblicare un album? Se sì, quando uscirà? Oppure continuerai facendo uscire singoli come esige la discografia di oggi?

Una qualche idea c’è, non so che forma prenderà. Ora più che mai, credo sia fondamentale cercare di dire qualcosa che valga più del silenzio.

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Grazie a voi per la bella intervista. Tutto ciò che mi sento di dire è nel brano… la vita non aspetta!

Intervista originale su Soundcontest.com